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Conversazione con Renzo Giacchieri

Conversazione con Renzo Giacchieri
di Claudia Cianciulli
Maestro qual è il suo rapporto con il capolavoro donizettiano?
Di totale e assoluta adesione. Questa è la mia quinta Lucia di Lammermoor - la prima risale al 1984 in
Polonia - e in tutti i miei allestimenti ho sempre cercato sul versante narrativo di evidenziare il carattere
romantico e drammatico dell’opera, di tracciare nitidamente le molteplicità di emozioni e passioni che
animano i protagonisti e la vicenda in maniera incondizionata. L’obiettivo della mia regia è quello di evocare
i sentimenti più profondi sottolineando la veridicità emozionale e storica del libretto: tutto si svolge in
funzione dei sentimenti e del concetto della vittima sacrificale.

È corretto secondo lei dare all’opera una chiave di lettura che rifletta, per alcuni versi, un animo
femminista? In Lucia si può identificare una donna che per non sottostare al volere dell’uomo-oppressore
sceglie la strada per la sua libertà, anche con il gesto più estremo?
Non direi. Lucia non sceglie di uccidersi, e comunque non si uccide da sola, in realtà viene indotta e condotta
alla morte. Io cerco proprio di far emergere quest’aspetto, e di
raccontare le sue devastanti nevrosi convulsive e la malattia che la consuma per l’incapacità di resistere
all’intensità del suo profondo dolore. Atroce percorso assai simile a quello che la sorte riservò allo stesso
Donizetti.
Il tema degli amanti infelici della follia che subentra dopo un grande dolore ha un’ampia tradizione teatrale
e letteraria. Cosa l’ha maggiormente ispirata per la sua Lucia?
Normalmente mi lascio ispirare da una suggestione, da un particolare clima visivo cerco lì la mia chiave di
lettura. Non potrei definirmi un modernista ma neanche amo nutrirmi esclusivamente della tradizione più
classica. Cerco sempre di soffiare via la polvere che si è accumulata nel vecchio e nella trascuratezza della
routine, e amo far emergere la musica e l’azione nella loro potenza.
Lucia è un personaggio vincente o perdente?
Assolutamente sarebbe ipocrita dire che Lucia è un personaggio vincente.
Lei soccombe totalmente alla sua vita.
La follia che devasta la protagonista per lei ha una lettura spiccatamente medicoscientifica o è incline ad
interpretarla come una metafora della vita?
È assolutamente il momento della follia pura. Ho letto un saggio di Nicola Cipriani dal titolo “Le tre Lucie”:
lui come magistrato ha curato un processo di una ragazza che ha esattamente vissuto la stessa vita di Lucia;
questo accadeva in una cittadina vicino
Roma 50 anni fa. La storia si ripete, e individua lungo il suo percorso anime in pena che vivono e rivivono le
stesse identiche sofferenze, atroci dolori di vittime predestinate che seguono ignare il progetto dei loro
carnefici.
Nell’opera il personaggio che ama di più?
Sicuramente Lucia, anche se Edgardo mi piace molto: ha un animo decisamente romantico, riflette appieno
lo spirito “Sturm und Drang”, è irruente ma dolcissimo.
Nel romanzo di Scott, Edgardo si toglie la vita facendosi ingoiare con il suo cavallo in una pozza di sabbie
mobili. Una scena di un romanticismo estremo.

Testo tratto dal programma di sala del Teatro "Giuseppe Verdi" di Salerno, Stagione Lirica 2018.

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«Io non provo orgoglio per tutto ciò che come poeta ho prodotto [...] Sono invece orgoglioso del fatto che, nel mio secolo, sono stato l'unico che ha visto chiaro in questa difficile scienza del colore, e sono cosciente di essere superiore a molti saggi». Questa considerazione di Goethe, deriva dal suo saggio “La teoria dei colori” pubblicato nel 1910.

Arturo Bosetti, eclettico artista, con un passato di docente di Disegno e Storia dell'Arte, nonché restauratore, ha colto sin dagli inizi della sua carriera, l'importanza della luce dalla quale scaturiscono i colori.


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