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Il rigore e la grazia. La compagnia di San Benedetto Bianco nel Seicento fiorentino Articolo di Vanessa Maggi

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Inaugurazione Vanessa Maggi ci accoglie nelle sale oscure e intime di una mostra contenuta negli spazi raccolti della cappella Palatina fiorentina. Ricordi di flagellazioni ed estasi mistica trapelano dalle opere di somma bellezza del Seicento fiorentino, peraltro poco note al grande pubblico. La storica suggerisce in questo articolo nuove e più complesse articolazioni di allestimento per coinvolgere maggiormente il fruitore.  - Chiusura 20/06/2016
22/10/2016
mappa Vanessa Maggi ci accoglie nelle sale oscure e intime di una mostra contenuta negli spazi raccolti della cappella Palatina fiorentina. Ricordi di flagellazioni ed estasi mistica trapelano dalle opere di somma bellezza del Seicento fiorentino, peraltro poco note al grande pubblico. La storica suggerisce in questo articolo nuove e più complesse articolazioni di allestimento per coinvolgere maggiormente il fruitore. 20/06/2016 Palazzo Pitti Cappella Palatina cortile dell’ Ammannati
Il rigore e la grazia. La compagnia di San Benedetto Bianco nel Seicento fiorentino
Articolo di Vanessa Maggi
Dove: Cappella Palatina cortile dell’ Ammannati, Palazzo Pitti Firenze.
Dal 22 ottobre al 20 giugno 2016.

Le opere esposte in mostra, un nucleo poco conosciuto, proveniente quasi integralmente dal patrimonio
della compagnia di San Benedetto Bianco, fu dipinto da grandi artisti del Seicento fiorentino e
accuratamente restaurato, è ora consegnato al pubblico negli ambienti annessi alla Cappella Palatina di
Palazzo Pitti. Nel clima austero e talvolta considerato bigotto del Seicento fiorentino, che operò il ripristino
di compagnie e partiche religiose sepolte, o in via d’estinzione, la compagnia di San Benedetto Bianco, di
origini trecentesche, fu una fra le più influenti associazioni laicali fiorentine di quel tempo. Annoverò tra gli
adepti, non soltanto membri della famiglia Medici, ma altresì teologi, filosofi, letterati, scienziati, e artisti
come Matteo Rosselli, Jacopo Vignali, Carlo Dolci, il Volterrano, Vincenzo Dandini. Questi ultimi, donarono
all’oratorio e alla sede della confraternita, opere (presenti in mostra), dipinte esercitandosi sui soggetti
proposti dalla spiritualità penitente di San Benedetto Bianco, di cui si trova menzione nei testi di Domenico
Gori (Esercizi spirituali). Il centro della spiritualità della Compagnia, verteva sul sacrificio di Cristo, come
modello di perfezione a cui ci si accostava tramite un percorso lento, volto a un processo di elevazione
spirituale, faticosamente dipanato attraverso penitenze e visualizzazioni. Siamo in un clima storico postpeste,
di grande pentimento e allucinazioni mistiche, cui si perveniva attraverso una meditazione ripetuta
fino all’immedesimazione delle sofferenze patite dal Cristo, anche per mezzo della mortificazione spirituale
e corporale. Fiorivano santi in estasi, e si arrivava alla parificazione dell’eccitamento sensoriale con quello
procurato dall’estasi mistica. Il tema della Passione, divulgato anche con opere di dimensioni ridotte ad uso
domestico, fu realizzato più volte da artisti di grande levatura (Ecce Homo- Carlo Dolci; Cristo piagato -
Volterrano). Tra le opere donate alla Compagnia v’è la serie di otto tele a soggetto biblico appartenente a
Gabriello Zuti, un ciclo unico di soggetti biblici simboleggianti eventi biografici del donatore, segnati dalla
peste del 1630 (di Lippi, Vignali, Dandini). Un’opera di pregio è anche quella di Cristofano Allori (San
Benedetto e San Giuliano), restaurata, parte di un complesso più ampio che proteggeva le reliquie
dell’altare-reliquario, azionabile tramite un curioso meccanismo di corte, che si alzava scenograficamente per l’ostensione, un espediente curioso, escogitato per sorprendere e manifestare il messaggio di divina
grazia.
Una mostra ben architettata, soprattutto per la location all’interno della cappella privata di Palazzo Pitti,
dove si possono ammirare pure gli affreschi e le strutture soppalcate. I bei dipinti, di ottima fattura pittorica
restaurati con perizia, si snodano all’interno dei pochi spazi raccolti e intimi, dai quali si accede nondimeno
alle decorazioni lussureggianti di ori e velluti visibili sotto i soppalchi. L’allestimento esalta le opere con luce
fioca, ricordando il clima seicentesco, ancora poco considerato dalla maggior parte dei visitatori, che fu
nondimeno a livello storico- artistico preminente. Alcuni pannelli richiamano l’osservatore brevemente
sulla storia della compagnia e le sue regolamentazioni, e l’esposizione si dichiara attenta e corposa,
sebbene raccolta. Nondimeno però, bisogna lamentare al solito, la scarsità di coinvolgimento sia per
l’aspetto contenutistico, sia per l’allestimento. Più apparati decorativi e descrittivi, nell’opportuno senso di
sobrietà per richiamare quegli anni, maggiori approfondimenti sulla compagnia e sul clima che si respirava,
avrebbero meglio reso il momento storico. Si sarebbe potuto tentare un maggiore apporto informativodescrittivo
sull’aspetto penitenziale, sull’autoflagellazione, sulle dinamiche psicologiche dell’estasi e delle
visualizzazioni, e proporre connessioni con le opere esposte. Interessante sarebbe stato inoltre, esporre le
motivazioni che attraevano gli artisti a farne parte, realizzando opere tanto meravigliose, sapientemente
guidati dai processi meditativi loro offerti.
Vanessa Maggi


[email protected]Il rigore e la grazia. La compagnia di San Benedetto Bianco nel Seicento fiorentino Articolo di Vanessa Maggi
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