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INTERVISTA A PAT McENERY a cura di Stefano Bianchi

Sono talmente persuasivi, i paradossali scatti fotografici di David McEnery, da sembrare reali. E a essere sinceri lo sono. Basta crederci e farselo raccontare dalla
newyorkese Pat, sua moglie e modella. Che genere di umorismo fotografava David?
«Uno humour britannico che rifletteva soprattutto la sua proverbiale gentilezza. Non era mai aggressivo nè offensivo, ma sfoggiava sempre un sorriso scherzoso
nei confronti della quotidianità. Vedeva situazioni ridicole ovunque».

In che modo sviluppava la sua creatività?
«Tracciava disegni e schizzi di un’idea fino a ottenere un risultato che lo
convincesse. Poi cercava una location e se occorreva costruiva i modellini
necessari al set fotografico. Nel caso di soggetti umani, spesso trovava persone
disposte ad assecondarlo: gente comune, ma anche attori professionisti. E non
esitava a utilizzare componenti della famiglia: io, ad esempio, compaio in varie
situazioni come suo fratello Peter che recitava nella Royal Shakespeare
Company. Tengo a precisare che David non ha mai fatto uso di trucchi: ogni foto è
stata scattata in diretta e senza ritocchi in camera oscura».
Quando e come ha deciso di scattare fotografie umoristiche?
«Dopo un tragico evento. Nell’ottobre del 1966 è stato inviato dal giornale per cui
lavorava a documentare la sciagura di Aberfan, nel Galles, dove una frana aveva

travolto in pochi minuti parte del villaggio. Nella scuola erano morti 116 bambini e
28 adulti. Arrivato sul posto, David ha incrociato un vigile del fuoco che aveva in
braccio il corpo esanime di un bimbo. L’immagine drammatica delle lacrime che
rigavano il volto del soccorritore gli avrebbe senz’altro fruttato il Premio Pulitzer,
ma umanamente non se l’è sentita di scattare quella fotografia. In quel preciso
istante, ha deciso di non fare più il fotoreporter iniziando seriamente a pensare di
dedicarsi solo a situazioni divertenti».
Quando collaboravi con lui, come vi suddividevate i compiti?
«Il mio ruolo era molteplice: fargli da modella e trasportare le attrezzature
fotografiche, incoraggiarlo a proseguire quando i progetti sembravano troppo
difficili e convincerlo a non gettare le macchine fotografiche in fondo all’oceano!
Inoltre, mi dedicavo alla parte organizzativa e del business: David era troppo
artista per potersi occupare di cose pratiche...».
Vi è spesso capitato di lavorare con gli animali...
«Nel 1970 ha ricevuto il prestigioso riconoscimento inglese Humorous
Photographer of the Year. La foto premiata ritraeva un gattino, un bimbo e sua
mamma comodamente allungati su 3 sedie a sdraio fatte su misura. Da
quell'immagine ha avuto inizio la serie sul tema dei gatti che gli ha dato notorietà
internazionale grazie a calendari, poster e cartoline. Poi è arrivato il turno dei
maialini "noleggiati" da allevatori locali e delle rane d'ogni tipo, fornite dai negozi
specializzati di Parigi. Tutte le immagini a soggetto animale sono state scattate a
casa nostra, regalandoci il più delle volte esperienze tenere e divertenti».
Che effetto ti faceva invece essere la sua modella?
«Una volta l'ho sorpreso a fissare uno spazzolone per lavare i pavimenti che stava
asciugando sul balcone di casa. All'improvviso è uscito, per tornare subito dopo
con un nuovo spazzolone dicendomi di posargli accanto. ”Grazie!", ricordo di
avergli risposto. "Non vedrò mai la mia faccia nelle tue foto!“. Mop Tops è nata
così. Long Loaf, invece, l'ha scattata in California. E anche in questo caso mi si
vede solo di schiena. David aveva fatto preparare da un panettiere francese una
“baguette” extra long. Per quello scatto avrebbe voluto che piovesse, ma
ovviamente quel giorno splendeva il sole californiano e così abbiamo dovuto
ricorrere alla pioggia artificiale».
Come ha iniziato?
«Con un lavoro part time come tecnico di laboratorio per un giornale di Brighton.
Poi, dopo aver fotografato piccoli eventi locali come matrimoni e feste, nei primi
Anni '60 si è trasferito a Londra diventando il fotoreporter dei più importanti
quotidiani nazionali: The Mail e The Mirror».
Come vi siete conosciuti?

«Negli Anni '80 si è trasferito negli Stati Uniti per vivere sia a New York sia a Los
Angeles, dove ci siamo casualmente incontrati a un party. Da quel giorno siamo
diventati inseparabili e nel 1988 ci siamo sposati».
E avete scelto di vivere in Francia...
«Non sopportavamo più il traffico, gli incendi e il caos di Los Angeles. Così,
abbiamo deciso di cercare un posto più tranquillo. All’inizio
pensavamo all’Inghilterra, ma abbiamo letto l'annuncio di una casa in Bretagna, la
stessa dove tuttora vivo, che ci ha affascinati. E dal ’95 le Côtes-d'Armor sono
diventare il nostro paradiso terrestre».

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